Vivo nel tempio

Sono iniziati ieri notte tardi, segnali deboli, in un raggio di chilometri piuttosto ristretto, e poi già stamattina presto ancora, segnali fugaci, scariche elettriche di basso voltaggio, quasi sempre sono riuscita a visualizzarne la morfologia, anche se per pochi istanti, anime in apparenza soddisfatte. In apparenza soddisfatte.

C’è una pacatezza nella soddisfazione che nasconde la sua vera natura, la rassegnazione. Le scariche forti, i lampi, per quanto spettacolari li ho esclusi da tempo dal mio spettro di ricerca, il sistema li ignora perché stanno oltre la soglia massima.

Lavoro solo sulla bassa tensione. Sulle correnti sotterranee. Sul sangue lento nelle vene con le sue rade fughe di elettroni. Già le arterie sono poco interessanti, troppo volitive, raccolgo le radiazioni dei ritorni inerti, della risacca. La pacatezza dell’assenza di desiderio, di chi non guarda più da quella finestra, non entra più in quella stanza, che la tiene all’estremo limite dell’ala ovest, oltre il tramonto. La soddisfazione poggia saldamente sui basamenti dell’omissione, di tutte le zone che non vengono più nominate. La loro bassa tensione le porta sulla soglia della coscienza che ne avverte la natura e le ignora sino a quando, come ogni pensiero, si stancano di esistere, e scivolano via, come aspiranti monaci non ammessi al tempio, tornano a casa oltre l’arancione che sfuma al nero e sprofonda, o muoiono nella neve. La cosa nota è che questa tensione minima, questo mantenimento della distanza, questo settaggio rigido dell’esclusione, senza che l’aggettivo rigido venga mai incluso o ammesso, ha un potenziale devastante.

Le morfologie di tutti i segnali hanno la stessa luminescenza vastissima e boreale, anche se solo per un decimo d’istante illuminano l’eterno, aspirano all’oltre tuono. Credono nella permanenza, ed è questo che le convoglia poi al silenzio e alla negazione, la soddisfazione e la rassegnazione, al mantenimento della risata complice con lo sguardo che subito dopo si ritrova a cercare qualcosa nella prospettiva del selciato umido di pioggia, nel pezzo di cielo che compare sopra al cornicione, nel muro scrostato che si intravede oltre l’angolo della via che non si prende, laterale, da quella parte non c’è niente, da quella parte ci si perde, la soddisfazione e la rassegnazione sono compiute e danno sicurezza, questa è la via, avere scelta significherebbe perdere la libertà di fingersi felici. È come pretendere che l’acqua del fiume possa stare in una foto. Una bella foto, indiscutibilmente, senza rappresentazione senza verità, una simulazione credibile, confortante, rassicurante, come la coperta assieme sul divano e il film coinvolgente, si può addirittura piangere o ridere, convenire su una scena debole, o mitica. L’abbassamento del mito alla contenzione fotonica, fatta di led o proiettata. Osservo questi segnali perché non aspirano all’alta tensione. L’oltre permanente che sanno, dalla nascita credo, e che ritengono irraggiungibile, sta in un compimento difficile. Si deve perdere tutto per avere tutto e nessuno capirà. Si rischia il ricovero.

Ho visto maestri allontanare dalla sala dei tatami tutti quelli che ogni volta scoppiavano in pianti dirotti e sconsolati. Era straziante non poter fare nulla. Se non la salvezza convenzionale. Nella gioia distesa come un elastico di mutande si gode dell’invidia degli altri che vorrebbero la stessa cosa, tentano di scalarla con prefigurazioni surreali mutuate da desideri clonati, fuori da qualsiasi vocazione, sconfitti per natura. Le basse tensioni sanno di quell’oltre, le intercetto, immagino qualcuno che faccia il salto, corra il rischio, immagino di prenderlo per la collottola mentre urla pensando ecco muoio. Compaiono e scompaiono, forse si concedono a se stessi un paio di volte all’anno nella vasca da bagno, oppure non capiscono perché mentre camminano lungo il fiume dagli occhi colino copiose lacrime che non dilagano sulle gote, ma sotto allo sterno.

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