Marcia

Sono marcia, che in America è un nome, mentre America è sbagliato, intendo Stati Uniti, Marcia è il nome, io solo marcia, in America anche Mona è un nome, e tuo padre è un militare, che viene messo di stanza Vicenza, alla base NATO, e tu, Mona, vai a scuola, e sei l’unica che la maestra chiama per cognome, i compagni non hanno le idee chiare in merito, non ti prendono in giro, fino alla quinta, i loro genitori si lasciano andare a qualche commento, per altro ricorrente, come parlare del tempo, di solito il discorso inizia con A tratti mi viene sempre in mente che, a tratti ma sempre, a bassa voce, a volte preoccupato, altre cattivo, dipende dall’indole, dipende da come sono stati trattati quando erano figli, c’è ancora gente che crede che negare affetto irrobustisca il carattere, alle medie Mona sarebbe un disastro se tu non fossi molto bella, non vieni maltrattata o emarginata, esclusa, al contrario vieni coinvolta sempre, ma sempre con delle aspettative, un profondo disagio non è un disastro, e non ti so dire se sia meglio o peggio, il disastro alla fine ti mette il cuore in pace, il disagio invece ti massaggia, ti plasma, ti palpa, non sai mai se sei dentro o fuori, mentre i maschi vogliono tutti essere dentro e le femmine capire se sia meglio dentro o fuori, cambiando spesso idea, anche per una sciocchezza, un malinteso generato dalle scarse accezioni dei madre lingua, rispetto a te che leggi il dizionario, hai deciso di leggerlo tutto, ma non ha importanza, soprattutto perché non esisti, mentre io sono marcia, ubriaca fradicia alle 11:29 di mattina sotto al cavalcavia dietro al supermercato, dove ho comperato 5 cartoni di vino e dei bicchieri di plastica, credo che il vino assuma la sua connotazione più vera quando viene separato dalla coreografia e la scenografia sparisce, si fa scarna, ridotta a cartone, plastica, asfalto e cemento, rosso e acido, la linea bianca tra la parete del cavalcavia e la carreggiata mi permette di stare con le gambe allungate e comunque poi ci sono ancora un paio di metri sino al guardrail, chi passa in macchina mi vede e sarebbe un problema se passasse la polizia o i carabinieri, oppure nemmeno, non lo so, come Marcia sono amica di Mona, tra i maschi il più fastidioso è Rio, storia analoga alla nostra, ah, anche mio padre lavora alla base, è per questo che siamo diventate così amiche, una serie di coincidenze, cose su cui a qualcuno piace ricamare significati profondi, le ultime ad avere visto Rio vivo siamo io e te, Marcia e Mona, ai carabinieri raccontiamo che lo abbiamo visto salire su una macchina bianca, la targa è, più o meno, 2A0XN01, la ricordo io, mi piace osservare le targhe, ma non lo dico, dico solo la targa, l’appuntato che prende nota dice che si può leggere Due a zero per noi, il brigadiere lo guada male, io mi sento raggelare, tu non so, viviamo in una zona ricca di vigneti, vino e grappa, a ben pensarci se riesco ad alzarmi torno dentro al supermercato e mi compero una bottiglia di grappa, mi schianto, viviamo in un paese di narcotrafficanti, tutto regolare, magari pure in Colombia è così, tanti soldi, massimo rispetto, qui lungo la provinciale c’è un podere adiacente alla strada a cui si accede direttamente, non c’è nessuna recinzione, ma circa a metà della piantagione c’è un enorme cancello in ferro battuto con un alto muro a U su entrambi i lati, dipinto di giallo, senza carattere, neutro, immagino che sui bidoni ci sia scritto Giallo Apatia, più che una barriera un proclama della proprietà privata dell’intelligenza, o si capisce meglio se scrivo dall’intelligenza, questa storia mi gira in testa da stamattina, dovevo eliminarla, in qualche modo.

il disastro alla fine ti mette il cuore in pace

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