Grafomania

Il mio approccio alla lettura non è stato virtuoso, da piccolo non mi era permesso andare a giocare in giro per il paese, ma in casa entravano parecchi libri e fumetti, tutti quelli che volevo.

Inventare storie è stato uno dei primi grandi divertimenti della mia vita. Da bambino ho trascorso pomeriggi interi a ridere a crepapelle con un mio cugino a cui pure non mancava la fantasia e le nostre voci si mescolavano nella trama che prendeva di mira le persone che conoscevamo.

Leggevo molto e la scrittura è venuta di conseguenza, era come se continuando a guardare partite a biliardo mi fosse venuta voglia di giocarci anch’io. Spaccare il grumo di parole affollate in testa, colpirle ancora, farle cozzare le une contro le altre e mandarle al senso compiuto, in buca, e quando la storia era stata narrata il tavolo era sgombro, libero, pulito. Ogni cosa era al suo posto. Tutto era stato detto.

Tanta era la lettura e di rimbalzo la scrittura che ad un certo punto ho iniziato a spedire i miei romanzi agli editori. Ho avuto fortuna e ho trovato chi mi ha seguito e aiutato a capire come si scrive.

Così ho anche visto come i romanzi fossero dei prodotti e che devono rispondere al mercato, prima che alla letteratura. Non voglio entrare nel dettaglio, ma i continui rifiuti mi hanno permesso di sperimentare molti modi di scrivere.

Le prima pubblicazioni sono state accidentali: vedendo cosa avevo scritto mi hanno chiesto di scrivere altro. L’ho fatto e ora vedo come in quel momento si sia aperta l’ipotetica frattura di un ossimoro.

Tornando all’esempio del biliardo ho visto che la compiutezza del tavolo sgombro, con tutte le parole perfettamente in buca non aveva senso e che mi interessava piuttosto che le biglie rimanessero tutte sul tavolo, dopo essere state a lungo rimestate, che le narrazioni terminassero con domande aperte, piuttosto che con risposte esatte, pretenziose o soddisfacenti.

Ogni cosa era al suo posto.

Non mi interessa la scrittura tranquillizzante, quella che appiccica etichette facili, citabili che assolvono e risolvono, ed è così che hanno smesso di pubblicarmi, ho trovato lettori online pubblicando sui blog che mi costruivo, ma per trent’anni ho scritto cose non adatte al mercato.

Per inciso posso dire che le persone più schifose io abbia mai conosciuto lavorano o lavoravano per l’editoria. Mi sono fatto l’idea che il letamaio editoriale sia generato da un malinteso senso della cultura, mescolato a un mercato poco redditizio. Quando paga, lo scrittore o l’editore di successo, sono degli spacciatori di ansiolitici. Di questo ha detto tutto Thomas Ligotti, quindi pace.

Per caso, e anche qui non mi voglio addentrare nei particolari, nel 2021 ho pubblicato un romanzo che non fa finire le parole in buca. Il lavoro fatto con editori e editor è stato magnifico; eppure, a distanza di un anno capisco come la crepa dell’ossimoro si sia ora spiegata.

Da una parte quella pubblicazione ha dato senso a tanta scrittura, dall’altra temo che chi mi conosce scopra che ho scritto quelle cose e che questo mi possa generare problemi.

Sicuramente non voglio pubblicare più nulla.

Ho comperato penne biro e stilografiche e diari per tornare a scrivere su carta.

Il senso della mia scrittura, quello della scrittura di chiunque, sta nel mandare fuori le parole che stanno dentro la testa, osservare come le disponiamo e confrontandoci con ciò che abbiamo detto capire se il nostro pensiero e il nostro modo di vivere sia funzionale al nostro desiderio.

Tutto il resto non so cosa sia, o meglio, lo so, ma non mi interessa dirlo. Se la scrittura e la lettura non servono a vivere non c’è nessuna differenza tra un libro e un’auto sportiva. I circoli di lettura sono luoghi da evitare.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: