Fantasmi e ipnagogie

Di solito i fantasmi che vedo io sono timidi e fugaci, quasi mai si mostrano per intero, sembrano scie di fumo, ombre, sembrano un’impressione, che mi sia sbagliato. Solo uno una volta si è messo tra me che armeggiavo nel bagagliaio e la porta. Lì io son stato strano. Distolto lo sguardo dal bagagliaio l’ho visto, nero, piatto, una sagoma demoniaca, ma statica, fuori senso, nel senso che non era né buona né cattiva, impossibile indagare le sue ragioni, son stato a guardarlo quattro cinque secondi, poi mi sono girato di nuovo a finire col bagagliaio ed è stato come se solo allora io avessi preso coscienza di lui, di scatto mi sono girato ed era sparito. Ecco, mentre lo guardavo ero o mi aveva portato da un’altra parte, restando lì. Non mi è sorto nessun timore in nessun momento. Questi sono quelli visivi. Quelli sonori invece fanno i minacciosi, stanno a monito, insomma devo correggere qualche atteggiamento. Rompono i coglioni anche perché spesso non so cosa ci sia da correggere. Poi alla fine comunque hanno sempre ragione.

E poi le voci, nel sonno, nello stato di veglia vicino al sonno, prima di piombarci o mentre se ne esce, allucinazioni ipnagogiche.

Molti anni fa poco dopo un grave lutto le analisi di routine avevano rivelato un’anomalia. Un organo risultava sofferente. Il medico curante facendomi ripetere le analisi a distanza di un mese ad un certo punto si è deciso a mandarmi da uno specialista che dopo aver valutato la situazione complessiva mi ha detto di monitorare l’andamento continuando a fare analisi mensili.

A distanza di un anno, mi stavo svegliando o ero già sveglio, non lo so, dalla tapparella entrava molta luce e ho sentito distintamente una voce dire Sono guarito. L’immediata conseguenza è stato un senso di euforia e una certezza. Infatti le analisi che ho fatto dopo una decina di giorni, e poi ripetute per sicurezza dopo uno e due mesi, erano perfette.

Pochi giorni fa invece, in piena notte, la percezione di uno stato di veglia nel buio totale e la voce di una persona conosciuta che scandiva il mio nome. Il tono era quello di chi chiede aiuto. Nel corso del tempo questa persona è molto cambiata ed era come se chiamando il mio nome mi chiedesse di aiutarla quella parte che nel tempo è colata a picco. Il mio nome pronunciato in quel modo significava Fammi tornare su, fammi tornare fuori.

Unendo il senso delle due voci pare che oltre a me possano parlare e risuonare le mie parti del corpo, come fossero distinte da me tanto quanto mie componenti, e allo stesso modo le altre persone come fossero non solo distinte da me, ma anche mie componenti.

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