Don DeLillo, l’Altro, l’altro, altro.

Ho bisogno… [premessa non necessaria] non voglio parlare di me e del mio bisogno, mi servo di me per parlare dell’Altro, di come tra Altri il bisogno coincida [fine premessa non necessaria].

Ho bisogno di silenzio e di parole. Di silenzio pieno e di parole piene. Sembra un ossimoro. Logicamente potrei avere bisogno di silenzio O di parole, di parole O di silenzio, non di parole E di silenzio, e non si tratta di alternanza, del momento di silenzio al quale segue il momento della parola, la E è una E coincidente nello stesso momento: ho bisogno di silenzio E di parole. Silenzio pieno e parole piene, nello stesso momento. Non necessariamente in presenza di qualcuno. Basta la coscienza di qualcuno. Dell’Altro.

L’ossimoro non si risolve in maniera dialettica. Non c’è tesi [silenzio] antitesi [parole] e sintesi perché manca la O, l’opposizione, il fatto cioè che le parole non sono antitetiche al silenzio e il silenzio non è antitetico alle parole.

Non è strano che a distanza di un secolo il senso comune di erotismo sia ben distante da quello dato dalla psicanalisi.

L’erotismo risolve il bisogno di silenzio e di parole, contemporaneamente, perché l’erotismo dà vita all’Altro. Attraverso l’erotismo posso definirmi grazie all’Altro.

Il problema dell’Altro è quando è altro. Quando cioè la relazione non segue il desiderio e la vocazione ma il desiderio e il consumo. Quando la merce diventa erotica.

Don DeLillo per me, incidentalmente [quale che sia il tuo Don DeLillo qualora tu lo abbia trovato], è l’Altro.

È vero che se nel 2000 io avessi letto Americana che lui ha scritto nel 1971, ma in Italia se ne sono accorti nel 2000, è vero che se lo avessi letto io non avrei scritto nulla?

L’ho pensato per un bel po’, ma adesso, che sono arrivato seguendo l’ordine cronologico alla Stella di Ratner, penso di no. La mia fortuna è quella di avere scritto per niente per 30 anni per poi arrivare a DeLillo e trovare l’Altro.

Avrei trovato l’Altro se non avessi scritto senza che la mia scrittura finisse in libreria? No.

Quindi ho scritto per nulla? No.

Ma non ho scritto per pubblicare, anche se l’ho pensato per tutto il tempo sino all’anno scorso, ho scritto per trovare l’Altro.

DeLillo dice meglio di come io avrei mai potuto dire tutto quello che io avrei potuto dire. Quello che io ho scritto c’era già, fatto meglio, ma me ne sono accordo dopo averlo scritto e non me ne sarei accorto se non lo avessi scritto.

Ora pare io stia parlando di scrittura, ma non è vero.

A distanza di un secolo il senso comune di erotismo è ben distante da quello dato dalla psicanalisi.

Nella norma quello che accade, e che ora mi è chiaro grazie a DeLillo [potrebbe essere chiaro per un trifoglio, un limone o una pizza margherita], è che l’Altro manca mentre l’altro sovrabbonda, e che io stesso sono l’altro invece che l’Altro.

Questa è la norma, e il fatto di essere per gli altri l’altro e non l’Altro non è loro responsabilità, ma mia. Essere l’Altro è difficilissimo. Eppure, ho bisogno di silenzio pieno e di parole piene. Ho bisogno di erotismo.

Nella Stella di Ratner si vede come DeLillo mostra, e non spiega, l’erotismo della matematica, dei numeri puri che si librano nell’assoluto in cerca di corpo. E si vede come il corpo non sia corpo se non si fa trovare da quei numeri, se non accetta di diventare sacro, ma rimane merce. Merce non tanto per gli altri che ci usano, ma per noi che ci usiamo. Non è stima, autostima o carenza di esse, ma percezione di unità, di sequenze di Altro in cerca di connessione.

La bellezza è la risposta alla morte quando la include e solo l’Altro sana la paura.

Ah, certo, poi normalmente si parla d’altro, altrimenti non si capisce il titolo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: